Perché ho scelto il titolo “Il Disabile di Dio”

Un romanzo sulla fragilità umana, la fede e uno sguardo nuovo sulla persona con disabilità.

Il peso di un titolo che punge

Quando ho scelto il titolo Il Disabile di Dio sapevo che avrebbe fatto male a qualcuno.
È un titolo che punge, che spiazza, che può sembrare persino sbagliato a un primo sguardo.

Oggi, giustamente, parliamo di persona con disabilità e non usiamo più termini che etichettano o riducono qualcuno alla sua condizione. Eppure questo titolo mi ha cercato, mi ha inseguito, fino a diventare il nome giusto per il romanzo che avevo nel cuore.

Non è uno slogan, non è una provocazione gratuita. È una domanda aperta:
chi è davvero il “disabile” davanti a Dio?


Non è Dio il “disabile”

Il titolo non dice che Dio è disabile.
Non è un gioco di parole irriverente, né una mancanza di rispetto verso la fede.

Nel romanzo, la storia di questo ragazzo in sedia a rotelle e della famiglia che lo accoglie diventa uno specchio. Lentamente ci accorgiamo che la vera fragilità non è solo nel corpo, ma nel cuore di chi guarda, di chi giudica, di chi non sa amare.

La disabilità allora non è più un “difetto” da nascondere, ma un luogo di rivelazione:
rivela la povertà dei nostri sguardi, la durezza dei nostri pregiudizi, la nostra incapacità di fidarci di Dio.


La persona con disabilità come luogo di incontro

Nel libro non parlo “della disabilità” in astratto, ma di persone: volti, storie, fatiche, sorrisi, silenzi.
La persona con disabilità diventa un tu concreto che bussa alla porta di una famiglia, di una comunità, di una Chiesa.

Attraverso le pagine del romanzo cerco di raccontare che:

  • nessuno è definito solo dal proprio limite;
  • la vita di una persona con disabilità non è un incidente di percorso, ma una chiamata d’amore;
  • è spesso chi riteniamo “fragile” ad insegnarci il modo più vero di vivere.

Per questo il titolo Il Disabile di Dio non è un’etichetta, ma una ferita che si apre per lasciare entrare luce.


Quando il vero limite siamo noi

C’è un momento, nel cammino dei protagonisti, in cui emerge una verità semplice e durissima:
il vero limite, a volte, non è nel corpo di chi fatica a muoversi, ma nel cuore di chi non sa accogliere.

Siamo noi, con:

  • le nostre paure,
  • i nostri giudizi affrettati,
  • le nostre idee su chi “vale” e chi “non vale”,

a rivelarci terribilmente fragili.

In questa prospettiva il titolo si rovescia: non indica un “povero di Dio”, ma ci chiede se non siamo proprio noi, con la nostra fede stanca e il nostro amore così limitato, ad essere quelli che inciampano davanti al mistero di Dio.


Un romanzo di ferite, fede e tenerezza

Il Disabile di Dio è un romanzo, non un trattato teologico.
È la storia di una famiglia che viene scossa dall’arrivo di un ragazzo in sedia a rotelle e di una donna la cui presenza rompe gli equilibri tranquilli di Mattia e Lisa.

Dentro questa vicenda ci sono:

  • il dolore che non capiamo,
  • la fede che vacilla e si rialza,
  • la speranza che nasce dove nessuno se l’aspetta,
  • la tenerezza di Dio che non abbandona nessuno.

Ho voluto che il titolo portasse già tutto questo peso: fragilità, fede, scandalo, ma anche una profondissima promessa di amore.


Perché oggi difenderei ancora questo titolo

Lo difenderei, sì, e allo stesso tempo lo consegno con rispetto a chi lo incontra per la prima volta.

Lo difendo perché:

  • costringe ad andare oltre la superficie;
  • apre uno spazio di confronto sul modo in cui parliamo di disabilità e di Dio;
  • ricorda che Dio non si allontana dalle nostre fragilità, ma ci viene incontro proprio lì.

Se il titolo ti ha ferito, ti chiedo di fare un passo in più: entrare nel romanzo, ascoltare le voci che lo abitano, camminare accanto a questo ragazzo e a chi gli sta vicino. Forse, pagina dopo pagina, scoprirai che la domanda iniziale si trasforma in preghiera, e poi in sguardo nuovo su te stesso e sugli altri.


Un invito al lettore

Ho scritto Il Disabile di Dio pensando a chi:

  • porta nel cuore una ferita,
  • si prende cura di una persona con disabilità,
  • lotta tra fede e dubbio,
  • cerca un romanzo che non si limiti a intrattenere, ma accompagni.

Se vorrai leggere questa storia, il titolo ti sembrerà sempre meno una provocazione e sempre più una porta socchiusa: dietro c’è un Dio che non si vergogna delle nostre fragilità, ma le abita con amore.